Termografia in edilizia

La Termografia in Edilizia per la buona diagnosi delle irregolarità termiche

Benché sul mercato si affaccino molteplici studi di professionisti, consulenti e società di diagnostica in edilizia, mediante termografia, devo purtroppo rendermi conto che le corrette attività e modalità di diagnosi dell’involucro edilizio troppo spesso sono poco note alla maggior parte dei tecnici, purtroppo  anche a quelli coinvolti negli ATP.

Ora, credo che la sensazione percepita dal mercato riguardo alla diagnosi dell’involucro sia del tipo: “beh, faccio una termografia e in un attimo ho capito tutto!”.

Tuttavia questo approccio si rivela incredibilmente limitativo, se non altro perché già questa frase semplifica in modo eccessivo quello che dovrebbe essere il vero approccio procedurale alla prova. Purtroppo rappresenta il sentore generale in merito ad una termografia in edilizia.

Il cliente medio (e non solo lui…) ritiene che una semplice ripresa termografica eseguita un giorno qualunque con una termocamera qualunque possa tranquillamente permettere di capire tutti i problemi di ponti termici e di muffe, soprattutto nella convinzione che se la sua casa ha la muffa questa sia rigorosamente determinata da vizi progettuali o realizzativi.

Termografia ponte termico finestra

Questo riportato in figura è ad esempio un caso: errori di esecuzione e
“dimenticanza” nel posizionamento di un radiatore, per risparmiare sui costi dell’impianto!

 

Ora, se è vero che ci sono casi lampanti dove gli errori di realizzazione appaiono evidenti anche in condizioni di ispezione più o meno casuali e/o con termocamere di modesta risoluzione termica e spaziale, esistono solitamente casi dove può essere difficile evidenziare il problema o attribuire con certezza le responsabilità.

Ecco che in questo caso ci viene incontro il rispetto delle buone procedure di ispezione, delle normative, nonché l’utilizzo di una termocamera di alto livello con il supporto di strumenti accessori.

 

Per prima cosa dobbiamo sapere che la normativa di riferimento è la UNI EN 13187:2000 “Rivelazione qualitativa delle irregolarità termiche negli involucri edilizi – Metodo all’infrarosso”.

 

Ora, la prima obiezione che molti “esperti” muovono è che la norma parla di “Rivelazione qualitativa” e quindi non può essere utilizzata per quantificare i problemi.

Qui, a parte inorridire ed essere mosso da pensieri cattivi nei confronti del mio interlocutore che solleva questa obiezione, è bene chiarire meglio il senso della norma.

La norma utilizza il termine “qualitativo” con riferimento al modo di analisi e non alla misura stessa, poiché è difficile che l’operatore termografico utilizzi la sua termocamera per l’analisi nel giorno in cui si presentano le perfette condizioni di progetto dell’involucro o comunque nelle condizioni termoigometriche e/o termiche perfettamente favorevoli per la formazione di muffe e condense.

Di conseguenza, nella maggior parte dei casi, potrebbe essere che “la termografia” non sia totalmente esaustiva o possa esserlo solo se ripetuta in diverse e più gravose condizioni termoigrometriche. Tuttavia in ogni caso darà una idea della “qualità” dell’involucro.

E’ tuttavia vero che una termocamera molto performante può essere in grado di diagnosticare, ad esempio con i suoi software interi di simulazione del livello di umidità relativa) i punti dove in effetti la muffa si formerà, soprattutto se la giornata scelta per eseguire la termografia si sarà rivelata idonea.

 

Un secondo motivo per cui la termografia in questo tipo di analisi viene definita “qualitativa” è perché non può essere utilizzata come metodo per la determinazione della effettiva trasmittanza del ponte termico ma potrà essere affiancata ad un altro metodo di analisi per meglio “affinare” le conclusioni o meglio “modellare” (ad esempio nel caso di analisi FEM) il ponte termico.

 

Ma allora, direte voi, come si deve eseguire una termografia per i ponti termici in modo ben fatto? (…e ho usato il corsivo per indicare la frase tecnica detta nel linguaggio della signora Pina…).

 

Essendo questo un articolo divulgativo voglio evitare di affogarvi di codici o citazioni e spiegarla a parole. D’altra parte io sono un Istruttore di Termografia e quindi spiegare in modo semplice dovrebbe essere il mio forte…

La normativa vi dice un sacco di cose e per questo vi suggerisco anche di leggervi altre due ulteriori norme che possono aiutarvi nel compito.

La prima è la UNI 9252:1988 ” Rilievo ed analisi qualitativa delle irregolarità termiche negli involucri edilizi – Metodo della termografia all’infrarosso”, che è stata sostituita proprio dalla nostra UNI EN 13187:2000.

La seconda è la UNI EN ISO 13788:2013 “Temperatura superficiale interna per evitare l’umidità superficiale critica e la condensazione interstiziale – Metodi di calcolo”.

 

In più dovete dotarvi di tutte le altre leggi e leggine a contorno, ma non voglio dilungarmi ulteriormente.

Diciamo che dovete capire quali fossero i limiti di legge per le temperature superficiali in vigore al momento dell’analisi e confrontarvi con quelli.

Tuttavia non potete prescindere dallo “stato dell’arte”, nel senso che un progettista degno di questo nome non può far finta che esistano limiti e temperature critiche determinate da norme e non da leggi e che quindi l’osservanza di una legge e non di una norma possa avere come risultato finale una casa costruita secondo la legge ma non secondo la regola d’arte.

IR_3660

L’immagine sopra riportata raffigura una casa dove è presente di certo
qualche “piccolissimo” problema.

 

Ma allora, come deve fare il tecnico, l’operatore termografico, per eseguire correttamente la sua “termografia”, il suo rilievo termografico a regola d’arte?

Beh, dovrebbe seguire sempre una procedura definita e chiara, riassumibile nei punti seguenti:

  • acquisire tutta la documentazione di progetto relativa all’involucro analizzato;
  • verificare la fenomenologia dei problemi lamentati;
  • rinfrescare la lettura delle normative e determinare quali erano i requisiti di progetto dell’involucro;
  • verificare quali siano le abitudini degli occupanti dell’involucro posizionando opportuni datalogger termoigrometrici per un tempo idoneo. Tale verifica sarà anche utile a testimoniare come la termografia sia stata effettuata  in condizioni termoigometriche idonee;
  • richiedere e verificare che le temperature interne prima e durante la prova siano mantenute nelle condizioni di progetto (in genere 20°C);
  • scegliere una giornata adatta, in modo che il salto termico tra interno ed esterno sia sufficiente e sia stato il più possibile uniforme prima della prova. Idealmente io mi riferisco ancora alla norma UNI 9252:1988 che indicava in 10°C il salto minimo ideale nelle 24 ore precedenti la prova (una giornata invernale di cielo coperto sarebbe l’ideale);
  • effettuare l’indagine nelle ore precedenti l’alba per massimizzare il salto termico;
  • analizzare con “termografia quantitativa”, cioè con corretto inserimento dei parametri oggetto, per massimizzare l’accuratezza di misura e quindi determinare al meglio la lettura di temperatura;
  • effettuare la termografia sia dall’esterno che dall’interno dell’involucro;
  • eseguire la termografia prima che l’involucro subisca il soleggiamento diretto (idealmente sarebbe ottimale eseguire l’analisi in una giornata di cielo coperto);
  • eseguire la termografia a sufficiente distanza da fenomeni atmosferici o nebbia (io personalmente suggerisco almeno 48 ore) per evitare “disturbi” dovuti ad umidità in evaporazione.

Una volta terminato il sopralluogo per la termografia (sì, lo so, sto “esagerando” questo modo colloquiale di indicare il “rilievo termografico”) è necessario analizzare i dati e compilare il report.

E quali sono le cose da tenere in considerazione, oltre a quanto riportato nella norma UNI EN 13187:2000?

Beh, è necessario analizzare per prima cosa il comportamento degli occupanti e verificare che non siano loro la causa principale del problema!

Impossibile? Strano?

Non sempre…basta guardare il grafico qui allegato in figura, dove l’umidità relativa media è praticamente sempre sopra il 65% e la temperatura nell’appartamento oscilla sempre paurosamente tra i 16°C ed i 21°C…praticamente senza aperture periodiche dei serramenti, a parte nei weekend!

Grafico-Termoigometrico

Esempio di errata gestione dell’impianto termico (Rosso: Temperatura – Blu: Umidità relativa – Verde: Dew point)

 

Una volta verificato quale è il comportamento degli occupanti è necessario valutare con attenzione, mediante lettura corretta delle temperature superficiali di parete, quali siano il livelli termici raggiunti nelle zone critiche dell’involucro.

I livelli minimi andranno confrontati con i valori determinati dalle leggi e dalle norme di riferimento.

Saranno allora possibili tre casi:

  • il comportamento degli occupanti è corretto ma l’involucro presenta livelli termici critici per la formazione di muffe e/o condense;
  • il comportamento degli occupanti è scorretto ma l’involucro, portato alla temperatura interna idonea, non presenta livelli termici critici per la formazione di muffe e/o condense;
  • il comportamento degli occupanti è scorretto e l’involucro presenta livelli termici critici per la formazione di muffe e/o condense.

E come dovremo comportarci, una volta verificata una delle tre possibilità appena elencate?

Beh, nel primo caso saremo di fronte ad un problema di progetto o di esecuzione. In tal caso dovranno essere indagate al meglio le responsabilità e indicati interventi correttivi mirati, per quanto possibile, alla mitigazione dei problemi.

Nel secondo caso saranno da “educare” gli occupanti, indicando loro le corrette modalità di gestione dell’involucro e dell’impianto termico, sottolineando l’importanza della corretta attivazione del riscaldamento e delle corrette aperture periodiche dei serramenti.

Nel terzo caso sarà necessario effettuare, ovviamente, la doppia attività.
Il primo caso sarà duro, poiché quasi sempre sfocerà in un contenzioso con un cammino probabilmente lungo, tortuoso e pieno di difficoltà.
Il secondo caso sarà difficile, poiché sarà complicato convincere qualunque famiglia a cambiare abitudini che probabilmente avrà acquisito dai propri genitori o comunque negli anni senza timore di smentita.
Il terzo sarà un delirio, perché i due contendenti si rimpalleranno le responsabilità e sembrerà di essere dei domatori di leoni al circo!!!

Di certo, seguendo queste regole, l’operatore termografico avrà fatto il suo mestiere nel modo migliore, permettendo a tutti i tecnici coinvolti di operare al meglio.

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